Per i 10 anni di GCDS, Giuliano Calza è al massimo
Il direttore creativo ci racconta l’ispirazione dietro la collezione “What’s In My Bag”, i suoi momenti di massimo orgoglio e come continua a sovvertire il lusso italiano facendo, letteralmente, “the absolute most”.
Sono le undici del mattino, il giorno prima delGCDS, lo show per il decimo anniversario allaMilan Fashion Week. Entro nello studio del brand e mi trovo davanti una stanza in pieno fermento. Alla mia destra, la stylist rifinisce i look mentre le modelle aspettano in fila, speranzose di essere scelte. Alla mia sinistra, un team di produzione indaffarato prepara gli inviti mentre tazzine di espresso vuote giacciono abbandonate sul tavolo. Al centro di tutto, con un sorriso da un orecchio all’altro, c’èGiuliano Calza.
La prima cosa da sapere sul direttore creativo è che è un’esplosione di energia in alta definizione, una cifra stilistica evidente nei capi che disegna. In un’industria oggi ossessionata dal purgatorio beige del minimalismo e dal togliere fino all’osso, Calza invece aggiunge, stratifica, esagera. «Sto facendo un barbecue di idee», mi dice parlando della sua collezionePrimavera/Estate 2026. «Divertimento, stampe, pitoni, stivali, collaborazioni… il massimo assoluto.»
Come motore creativo di GCDS, Calza ha passato l’ultimo decennio a dimostrare che si può costruire un impero da milioni partendo da fondamenta di vinile rosa,Hello Kitty e di un’aura portata all’eccesso, senza filtri. Ma liquidare GCDS come semplice «kitsch» significa non aver capito nulla. Sotto i chiodi in pelle con Betty Boop e le scarpe con i denti (il celebre tacco Morso del brand) c’è un designer devoto ai codici quanto qualsiasi maison storica.
Questi codici, questa stagione, hanno preso forma in una collezione battezzata “What’s In My Bag”, ambientata in un mall costruito ad arte da cui le modelle uscivano da un’enorme shopping bag GCDS. Calza ha ripercorso l’ultimo decennio del brand tra vecchie grafiche, nuove collaborazioni con nomi come Valentino Rossi e una handbag che è… letteralmente una borsa-mano.
Nonostante i rimandi al passato del marchio, basta nominare la parola «archivio» perché Calza indietreggi. Per lui, un archivio rimanda a un museo, un luogo dove le idee vanno a essere imbalsamate. Calza, invece, è ancora totalmente allo stato brado. «Ero terrorizzato quando mi hanno chiesto di fare una sfilata celebrativa dei “best of”», ammette ridendo. «Ho detto: “Fottutamente no”. Non voglio quello. Voglio solo continuare a creare».
Ma, al di là del lessico con cui lo si definisce, l’archivio è rinato nel modo migliore possibile. E con una nuova svolta strategica, il brand è passato di recente a un modello «See Now / Buy Now», il che significa che puoi già acquistare l’intera collezione, perché nel mondo di Calza… perché aspettare?
Questa spinta irrequieta all’urgenza è forse il prodotto collaterale di una carriera nata da uno stop brusco e improvviso. La storia delle origini di GCDS, in realtà, è un racconto di reinvenzione accidentale. Nel 2016, Calza rientrava da tre anni trascorsi in Cina, finiti con un suo sostanziale «calcio fuori» per problemi di visto. All’epoca gli sembrò una catastrofe; col senno di poi, era la scintilla necessaria.
«Mi sembrava che il mio mondo stesse crollando», racconta. «Invece è stato un nuovo inizio bellissimo. Stavo costruendo la casa per la mia idea, ma non avevo aspettative. Poi è diventata più grande della vita stessa.»
È proprio questa prospettiva conquistata a caro prezzo a plasmare la sua idea di successo, che ha poco a che fare con il business e tutto a che fare con le persone che ha messo insieme. Quando chiedo a Calza quali siano i momenti di cui va più fiero, non cita i fatturati a sei zeri né le sfilate diventate virali. Invece, racconta la storia di una ragazza che lavora al piano di sopra nel suo studio e che quella stessa mattina gli ha confessato che, da studentessa universitaria, si intrufolava alle sue feste.
«Mi ha detto che era la festa migliore di tuttaMilano, e ora lavora qui», racconta Calza, illuminandosi in volto. «Per me la moda è questo. Perché da ragazzino ero io quel kid. Mi intrufolavo alle sfilate diVersace o agli after-party di Dolce & Gabbana. Io sono ancora quel kid.»
Mentre concludiamo la nostra conversazione, penso a quanto circolare debba sembrare tutto questo: lo stesso ragazzo che si infilava nelle feste a cui non era invitato oggi ha in mano le chiavi, e si assicura che il suo mondo di gioco resti aperto a chiunque abbia il coraggio di sgattaiolare oltre la porta.



















