Liza Keane ha debuttato in passerella alla London Fashion Week con una collezione segnata da tessuti fortemente manipolati e da un’intensa carica emotiva. La stilista emergente ha presentato per la primavera/estate 2027 una proposta d’impatto, che trasforma il deterioramento fisico in un linguaggio progettuale intenzionale. Keane definisce armatura i trattamenti esterni, e il termine calza nel senso più letterale: superfici scolpite, create per mantenere la forma indipendentemente da come ci si muove durante la giornata.
Al di sotto, sottili cuciture a contrasto attraversano l’intera collezione in tessuti fini e delicati; una lavorazione precisa tiene intatta una dimensione di tenerezza sotto tutta quella durezza. È un contrasto che acquista senso solo quando la si ascolta raccontare perché, innanzitutto, crea gli abiti in questo modo.
Proseguite con la nostra intervista a Keane, che racconta le sue muse ideali, la collaborazione con Playbody e perché considera l’armatura il linguaggio d’amore per eccellenza delle persone sensibili.
Perché questo era il momento giusto per sfilare alla London Fashion Week?
Entrare in NEWGEN con il BFC è stato determinante. Da quando mi sono diplomata desideravo fare sfilate: è così che vedo presentato il mio lavoro. Mi piace il film, ma viene dopo. Le sfilate, poi, hanno costi proibitivi: non sono qualcosa per cui basta mettere soldi da parte, a meno che l’azienda non abbia già raggiunto una certa dimensione. Con il BFC si è finalmente aperta una possibilità concreta.
Ho saltato un anno, ho realizzato due stagioni in formato film, con l’intenzione di sfilare davvero, ma ogni volta saltava tutto. Stavolta mi sono semplicemente buttata. Mi restano due anni di sostegno NEWGEN. Quando uscirò dal programma, voglio che l’azienda sia arrivata a un punto che da sola non avrei potuto raggiungere, e per riuscirci servono passi importanti, non una crescita lenta. Questo è il momento di fare qualcosa di drastico che cambi la percezione del brand, perché una volta fuori dal programma un’occasione così non tornerà.
Per questa collezione hai utilizzato nuove tecniche o innovazioni nei materiali?
Ho sviluppato ulteriormente ciò con cui già lavoro: gli stessi prodotti chimici e materiali, usati in modo diverso. L’effetto più vistoso è quello del fango, ma non è fango: sembra esattamente fango bagnato, però è asciutto, indossabile e non sbiadisce. È una rielaborazione della finitura effetto bagnato che avevo già realizzato. Ho fatto upcycling e lavorato con pelli di scarto. Dopo il diploma mi piaceva la pelle morbida e burrosa. Ora mi attirano il cuoio bovino e quello di bufalo, spessi, più vicini a quelli che useresti per auto, arredamento o cinture.
Hai una musa ideale per questi design?
Molte delle donne a cui penso per questa collezione sono personaggi cinematografici: le due protagoniste di Martyrs, soprattutto nella sequenza iniziale, e Lilja 4-ever, la storia vera su cui si basa il film. Sono tutte donne in qualche modo «sbagliate», non immediatamente simpatiche. Lilja 4-ever la ritrae in modo piuttosto empatico, ma nella storia vera è vittima di un crimine orribile eppure qualcuno potrebbe dire: «Era ovvio che succedesse proprio a lei». Lo trovo tragico. Eppure c’è qualcosa, in quell’essere sbagliate, che mi attrae.
Le donne di Lars von Trier hanno la stessa qualità: non si presentano in un modo adatto alle pubbliche relazioni, non cercano di essere belle né di provocare. Hanno una nonchalance, una naturalezza autentica. Non aspiro a essere come loro nel senso tradizionale della musa: mi identifico in loro. Non è tanto «dovresti avere questo aspetto», quanto «capisco questa cosa, sono così, è questo che voglio presentare». Se ti piace, eccolo qui.
Raccontaci della collaborazione con Playbody. Come è nata e perché vi è sembrata un’intesa così forte?
Il giorno del mio compleanno sono andata a una loro festa: mi aveva invitata un’amica fotografa che lavora lì e non avevo mai sentito parlare di Playbody. L’atmosfera e l’energia erano incredibili. Il mio ragazzo l’ha definita «Gli ultimi giorni di Roma». C’era un senso di pericolo, ma tutti erano affettuosi gli uni con gli altri, indipendentemente dall’aspetto o da come erano vestiti. Molto deriva da Joel, che lo dirige: duro e professionale, ma anche la persona più gentile.
Gli ho detto: «Chiamami domani, devo parlarti». È venuto in studio, gli ho raccontato la storia della collezione e quello che avevo per la testa, poi abbiamo parlato delle mie intenzioni per la passerella. Il mio brief era semplice: portare quell’energia Playbody in qualunque cosa facessimo, sorprendere, senza limiti se non il budget. È emerso che condividevamo gli stessi riferimenti senza esserci mai parlati prima, come se avessimo un solo neurone in comune. Mi sono fidata completamente di lui e gli ho detto di procedere come preferiva. Una volta iniziato, tutto si è composto in fretta; restava solo da definire l’esecuzione.
Sono sempre di più le collezioni che descrivono gli abiti come un’armatura, e oggi sembra un’immagine particolarmente adatta. Perché hai scelto l’armatura come linguaggio per il tuo prodotto?
Creo abiti per persone sensibili che non vogliono sembrare sensibili. Ho notato anch’io questo riferimento: persone che vogliono comunicare una qualità feroce attraverso gli abiti. Non realizzo armature medievali, ma riproduco il corpo in modo rigido, come gusci duri da indossare. C’è un senso di separazione: il corpo morbido e vulnerabile viene celato e protetto da questo guscio scolpito, perfetto. Puoi sederti, accovacciarti, fare ciò che vuoi, e il tuo corpo mantiene lo stesso aspetto. Come un pezzo di armatura, ti fa sentire protetta dallo sguardo degli altri, pronta per ogni angolazione.
È come indossare una chirurgia plastica. Ma dentro è morbida, setosa, flessibile: non c’è corsetteria. Il punto è darti controllo: dentro sei comoda e al caldo, ma all’esterno trasmetti «non rompere il c***o». Credo sia ciò che fa sentire a mio agio anche me: fisicamente comoda, senza tirare il vestito o preoccuparmi che stringa, e mentalmente libera perché so di non dovermi preoccupare del mio aspetto.