Tove Lo non ha mai avuto paura di esplorare il lato più disordinato dell’essere umani. In dieci anni di pop diaristico, la cantante svedese ha costruito la sua carriera trasformando sesso, cuori spezzati e autodistruzione in qualcosa su cui ballare. E il suo sesto album in arrivo, ESTRUS, non fa eccezione.
Prende il nome dal termine biologico che indica il calore negli animali: nel disco Lo si abbandona ai suoi impulsi più primordiali, dall’urgenza di ricevere conferme al sabotatore interiore che continua a metterle i bastoni tra le ruote. Ma sotto l’energia sensuale e caotica affiora una nuova disponibilità a guardarsi dentro. «Continuo a creare drammi», ride, riflettendo sui comportamenti distruttivi esplorati nell’album, «e ammetterlo comporta una certa vulnerabilità». Poi aggiunge: «Ora do più sfumature alle mie emozioni».
Scritto tra Los Angeles e la sua nativa Svezia, ESTRUS è un album che abbraccia le contraddizioni: sentirsi forti e fragili, desiderare il controllo ma bramare di lasciarsi andare, e imparare che non sempre bisogna avere una risposta. In vista dell’uscita, Tove Lo parla con Hypebae del ritrovare la strada verso se stessa, della collaborazione con Stromae, della sua serata perfetta e del perché, a volte, va bene restare un po’ caotiche. Continua a leggere l’intervista completa.
Il tuo nuovo album, Estrus, uscirà presto. Puoi raccontarci qualcosa del significato dietro al titolo?
È il termine biologico per indicare un animale in calore, pronto a riprodursi. Credo di averlo scelto perché è un po’ sensuale: parla di sentimenti primordiali, ma anche di quello stato in cui si provano tante emozioni contrastanti. Sei selvaggia, ma ti senti anche piuttosto fragile e sensibile, tra ansia e inquietudine. È più o meno lo stato emotivo e fisico in cui mi sono trovata durante la lavorazione di questo album.
All’inizio dell’anno hai pubblicato il brano «I’m your girl right?». Il titolo comunica un’insicurezza in cui molte persone possono riconoscersi. Da cosa è nato?
Anche questo brano racchiude la contraddizione dell’urgenza: ti senti in caccia, piuttosto dominante e animalesca, ma poi entrano in gioco queste parole così bisognose. Cercare conferme e assicurarsi che l’altra persona sia sulla tua stessa lunghezza d’onda è una sensazione buffa che provo sempre. C’è attrazione e passione, ti senti davvero sicura di te, poi però ti colpisce il pensiero: «Ma tu provi lo stesso, vero?». Parla dell’oscillare tra queste due sensazioni. Volevo condensare tutto questo in una canzone.
È un lavoro davvero sincero. In questo disco hai scritto di aspetti che ti sono sembrati più vulnerabili di qualsiasi cosa avessi condiviso prima?
Sì, sento di aver davvero messo tutto in piazza. Questa volta c’era la consapevolezza di non avere veramente risposte, ma anche di assumermi la responsabilità delle mie azioni e dei miei comportamenti distruttivi. Sono cose che molte persone non vorrebbero ammettere senza dare la colpa a qualcun altro. In passato pensavo: «Mi sento così per colpa tua», oppure: «Mi comporto così per colpa tua». Credo che ora riesca a dare più sfumature alle mie emozioni. Voglio dire, continuo a creare drammi, quindi immagino che ci sia vulnerabilità anche nell’ammettere questo. C’è senz’altro un po’ più di maturità, e va bene così: una lieve crescita [ride].
Sei tornata in Svezia per scrivere gran parte di questo progetto. Essere lì ha influenzato i temi di cui hai scritto?
Sì, decisamente. Ho iniziato questo percorso a Los Angeles con Ludwig [Söderberg], con cui ho realizzato tanti dei miei album. Di solito non vediamo l’ora di ricominciare, e arriviamo entrambi carichi di ispirazione dalla vita e dalla musica. Stavolta quell’energia c’era, ma quando abbiamo iniziato ho pensato: non so chi sono né cosa voglio dire. Sentivo la pressione del fatto che fosse il mio sesto album, come se dovessi per forza avere un messaggio. Ma per me scrivere partendo da quel presupposto non funziona affatto. Non ero pronta ad aprirmi. Poi ho capito che non devo necessariamente avere un messaggio: devo solo scrivere con il cuore. Sembra così semplice, ma per qualche motivo, a ogni album, mi ci vuole sempre un po’ per ricordarmelo.
Così ho sentito di dover andare in un luogo dove potessi spogliarmi di tutti gli strati dell’artista ed essere semplicemente Tove. Trascorro ogni estate in quel posto, in Svezia, anche solo per due giorni: giusto il tempo di mettere i piedi per terra, entrare in acqua e sentire di essermi riconnessa a quel luogo. Lì ho vissuto il mio primo bacio, il primo amore, il primo cuore spezzato, la prima estate di depressione, l’insonnia: ogni primo momento, bello o brutto, l’ho vissuto lì. Alcune persone eviterebbero luoghi del genere perché possono essere destabilizzanti, ma io lascio che quei fattori scatenanti mi riportino in quegli stati emotivi: mi aiutano a creare.
Ne hai già citati alcuni, ma puoi raccontarci ricordi precisi della tua giovinezza che hanno ispirato questo disco?
Nell’album ci sono alcune canzoni sul sabotatore interiore. Una è «Idiot», poi c’è anche «If I Could I Would». Sembra che io stia cantando a una persona, ma in realtà canto alla ragazza con cui sono in lotta: le mie due parti. Una è molto perfezionista, di tipo A, e vuole che tutto sia sempre al meglio. L’altra è in qualche modo distruttiva, un po’ caotica e in cerca di guai. Continuerò sempre a trovarmi nel mezzo, ma in realtà sono più felice quando pendo un po’ di più verso quella caotica, perché è più indulgente. Quindi questa canzone è rivolta alla ragazza perfezionista, che è un po’ dura e fredda, ma della cui approvazione sento ancora il bisogno.

Hai detto di essere un po’ caotica e disordinata, e credo che questo emerga chiaramente nell’album, sia sul piano sonoro sia su quello emotivo. Che consiglio daresti a tutte le ragazze un po’ caotiche là fuori?
Direi soltanto che stanno andando benissimo. Va bene essere un po’ caotiche; credo che ogni tanto dovremmo assecondare un po’ i nostri vizi. L’equilibrio è importante, però: non bisogna lasciare che prendano completamente il sopravvento. Ma evitare sempre i propri impulsi più divertenti, senza mai concedersi di seguirli, alla fine ti fa stare male. Quindi sì, restate caotiche.
C’è un brano con Stromae, che adoro. Puoi raccontarci com’è nata questa collaborazione e com’è stato lavorare con lui?
Grazie, adoro anche io quel brano! Sono sua grandissima fan da molto tempo. Gli avevo lanciato qualche segnale e mi ero fatta avanti con garbo, dicendogli: «Ehi, se un giorno ti andasse di lavorare insieme, io sono qui». Alla fine, dal nulla, mi ha mandato delle tracce e sono rimasta scioccata ed elettrizzata. In quel periodo ero in Nuova Zelanda e avevo con me il mio studio portatile, così mi sono chiusa in una stanza per tre giorni. Poi il brano «des fleurs» mi ha colpita particolarmente: per il pianoforte, il beat e quel tempo più da valzer che il classico quattro quarti. Ho pensato: «Sembra divertente, musicalmente stimolante e qualcosa che non ho mai fatto prima». Così mi sono seduta, l’ho scritto e registrato, e ho curato gran parte della produzione vocale lì, in Nuova Zelanda. Gliel’ho mandato pensando: «Spero che la senta», e per fortuna è stato così: gli è piaciuta moltissimo!
A volte, in collaborazioni come queste, le visioni non coincidono; nel nostro caso, invece, eravamo allineati al cento per cento. Non l’ho nemmeno incontrato davvero di persona fino a quando non abbiamo girato il video musicale a Parigi. È stato pazzesco lavorare così e sentire comunque di essere sulla stessa lunghezza d’onda. È una persona così adorabile e calorosa, con un’energia davvero artistica.
Con chi altro ti piacerebbe collaborare?
Oh, con tantissime persone! Slayyyter, Doechii. Sono una grandissima fan di Doechii. Megan Thee Stallion, ovviamente. Sto ancora aspettando che mi richiami. Sarebbe fantastico: da quando è diventato virale il video in cui pronuncia il mio nome, è stata una presenza importante nella mia vita. Penso proprio che dovremmo fare una canzone insieme. Ma sì, la lista è lunga; a quanto pare, soprattutto donne.
Come descriveresti la tua serata perfetta?
Oh, in realtà ti racconto una serata recente che è stata davvero divertente. Ero a Parigi durante la Fashion Week, con mio marito e i nostri migliori amici. Abbiamo iniziato con una cena tardissima: c’era un’ondata di caldo, eravamo seduti fuori, a bere un sacco di vino e fumare un sacco di sigarette. Poi siamo andati al Silencio, dove ho fatto la DJ per un’ora davanti a tanti adorabili fan parigini. Dopodiché siamo rimasti letteralmente in quel club per circa sette ore, a ballare, chiacchierare e fumare. Adoro quando entri in quella specie di delirio e pensi: «Da quanto tempo siamo qui?», continuando a girare nello stesso spazio e perdendo il senso del tempo. Poi noi quattro siamo tornati a casa, abbiamo mangiato formaggio e baguette, continuando a bere e facendo un mini afterparty solo per noi. Adoro quando non devi pensare a cosa verrà dopo e sei semplicemente così presente.
Hai un verso preferito dell’album?
Ah, cambia continuamente, ma in questo momento direi quello del ritornello di «F.A.M.T.». Fa: «Dovrei lavorare su me stessa in questo momento. Non voglio sapere, non voglio capirlo. Preferisco scopare via le mie lacrime in qualche modo». Quel primo verso, «Dovrei lavorare su me stessa in questo momento», è così familiare: ci siamo passati tutti.
Adoro che mi abbia appena regalato anche una piccola esibizione dal vivo; grazie!
Oh sì, scusa. È divertente: mi sono appena esercitata per una settimana a Stoccolma, per rimettere in allenamento la voce, e mi sono resa conto di quanto tempo fosse passato dall’ultima volta che l’avevo usata al massimo delle sue possibilità. Avevo dimenticato quanto mi faccia stare bene e quanto mi faccia sentire che nel mondo, o almeno nel mio mondo, va tutto bene. Quindi ora canto continuamente.
Cosa speri che le persone colgano o provino ascoltando il tuo album per la prima volta?
Oh, bella domanda. Non è un album che offre consigli o risposte, ma spero che, dopo averlo ascoltato fino in fondo, ci si senta un po’ più compresi. Spero che lasci quella sensazione che si prova dopo aver visto un film davvero intenso o uno spettacolo straordinario. Vorrei che tutti sentissero ciò che ho sentito dopo aver visto FKA twigs al Coachella: ero completamente lì a pensare: «Cos’è stato? Era così incredibile e bello, e mi ha squarciato il cuore», ma allo stesso tempo c’erano anche delle scintille. È questo che voglio.
La mia ultima domanda è: cosa c’è in programma adesso?
Nel futuro immediato partirò in tour: comincerò con una serie di date per l’uscita dell’album in Nord America, poi farò un grande tour europeo. Dopo, saranno tanti concerti e altra musica, come sempre, perché sono fatta così. Continuerò a lottare per tenere vivo questo sogno che, in qualche modo, mi è capitato.